Donne renitenti alla leva in Israele

Ciao a tutti,

pubblichiamo di seguito una lettera di Shani Werner, una ragazza renitente alla leva che ha già ricevuto il congedo dall'esercito per ragioni di coscienza. Shani è tra i promotori del gruppo degli studenti che ha scritto due lettere aperte al Primo Ministro dichiarando il proprio rifiuto a servire l'esercito. L'ultima lettera era firmata da qualcosa come 300 giovani obiettori.

La lettera di Shani è cresciuta all'interno di un'ampia discussione delle ragazze renitenti alla leva di fronte alla militarizzazione israeliana. Credo offra una comprensione importante e sconosciuta su quanto la militarizzazione e il sessismo siano strettamente e potentemente connessi, su come questo strutturi l'esperienza personale, l'azione politica e la cittadinanza in Israele.

Come risultato di una discussione che prosegue in New Profile, e si riassume nella lettera di Shani, abbiamo cominciato a lavorare per contrastare la marginalizzazione e la negazione degli atti di resistenza all'esercito commessi dalle donne. Questa volontà comprende la messa in luce del movimento di resistenza femminile ancora sconosciuto. Stiamo raccogliendo testimonianze di donne che hanno obiettato, stiamo progettando una giornata di studio su questo tema, e faremo del nostro meglio per publicizzare ampiamente questo movimento. Poiché attualmente Israele è l'unico paese che prevede il sevizio militare obbligatorio per le donne (ebree, laiche), la resistenza delle ragazze israeliane è un fenomeno unico. New Profile è la sola organizzazione israeliana (oltre al gruppo degli studenti) che supporta sistematicamente la resistenza femminile e offre alle ragazze le informazioni e il supporto di cui hanno bisogno per realizzare questo diritto legalmente riconosciuto.

La domanda che sta alla base ed è apparentemente semplice, quanto è grande questo movimento?, trova difficilmente una risposta. Un articolo di alcuni mesi fa riportava una crescita nel numero di donne obiettori esentate dal servizio. Comunque, al di là delle statistiche, questo movimento è chiaramente presente e sta crescendo. È un processo sociale con un impatto definito ed importante, di cui l'esercito israeliano e le autorità dello stato dovranno accorgersi.

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La lettera di Shani

Quando, nell'estate 2001, abbiamo scritto la nostra prima lettera aperta come gruppo di studenti (Shministim), l'abbiamo scritta tutti insieme, ragazzi e ragazze. Non avevamo bisogno di chiederci se entrambi i tipi di resistenza (maschile e femminile) si assomigliassero. Eravamo così convinti che la resistenza femminile ha la stessa importanza di quella maschile, che non eravamo consapevoli del significato che avevamo dato alla lettera, ponendo sullo stesso piano la resistenza maschile e femminile. Personalmente, sono riuscita a elaborare internamente questo significato solo quando ha visto le risposte della gente, "che cosa significa questo?", e ho sentito che avevamo fatto qualcosa di speciale ed importante.

È passato molto tempo da allora, più di un anno e mezzo. Progressivamente, mi sono sentita frustrata. Ho cominciato a sentire come, nella protezione dei nostri gruppi, i Senior in particolare e la sinistra israeliana in generale, ci eravamo fatti una immagine esattamente speculare rispetto a quella alla quale ci opponevamo. Avevamo militarizzato la resistenza!

Non avevamo costruito una immagine diversa da quella contro cui obiettavamo con tanta forza, quella della brava ragazza che attende il ritorno del "suo" soldato dal fronte, e sta a casa a stirargli l'uniforme. Avevamo creato la sua immagine speculare, una ragazza che aspetta che il "suo" obiettore venga rilasciato dal carcere militare, e nel frattempo lo adora dalla sua postazione sulla collina, di fronte al carcere militare, dove spesso teniamo le nostre manifestazioni.

Ovviamente, la resistenza dei ragazzi e degli uomini è molto importante. E noi ragazze e donne resistenti alla guerra, fuori di prigione, ci assumiamo il compito di supportare ed incoraggiare gli obiettori che sono dentro. Ma credo che il dato di partenza, cioè che gli uomini vanno in prigione mentre le donne ottengono l'esenzione dal servizio, abbia stabilito e consolidato alcuni modelli di pensiero.

La resistenza femminile per noi non è più importante come quella maschile. Non insistiamo sull'umiliazione a cui i comitati di coscienza sottopongono le ragazze. Abbiamo interrotto la discussione sul fenomeno della obiezione femminile, e abbiamo quasi completamente smesso di proporla agli altri (con la scusa che "ai media non interessa"). Nel frattempo discutiamo a lungo della resistenza maschile.

Il mio rifiuto all'arruolamento, che sono abituata a considerare un atto politico pubblico, è diventato una questione privata. ("Il personale è politico" - il mantra attraversa i miei pensieri. Ma il personale diventa politico solo quando gli si dà diritto di parola!) Poiché i discorsi pubblici la trascurano, e quelli della sinistra la ignorano, la resistenza delle ragazze e delle donne resta un fatto personale, da passare sotto silenzio. Ignorare le donne che scelgono di obiettare è facile per noi, esattamente come per le forze armate israeliane lo è ignorare il servizio militare femminile. Se il servizio femminile è considerato, in ogni caso, come lavorare ad una scrivania e preparare il caffè, e dato che l'esercito accorda alle ragazze il congedo in modo relativamente facile, la nostra resistenza è trattata come quella di chi prepara il caffè, accettata perfino dalle forze armate (e se l'esercito non ha bisogno di noi, mentre ha bisogno dei ragazzi che finiscono in carcere, la nostra resistenza può avere un significato?)

Il movimento di resistenza femminile, un movimento di dozzine di giovani femministe consapevoli, obiettori di coscienza, non esiste più. Siamo poco più che un gruppo di capo-claque. Accompagniamo i ragazzi che entrano ed escono di prigione, formuliamo lettere e petizioni, partecipiamo a manifestazioni, visitiamo i prigionieri. La nostra particolarità, come ragazze che fanno resistenza attiva, è stata nascosta.

Come altre donne di sinistra, siamo impegnate a sostenere gli obiettori in carcere, e la nostra propria azione ha perso di significato. Avevamo un ruolo molto tempo fa: gli uomini combattevano al fronte, le donne li sostenevano a casa. Gli uomini obiettori non combattono, ma lottano ancora. E le ragazze? Continuiamo a sostenerli da dietro le quinte.

Continuo a credere nell'importanza della mia resistenza, e nella vitale necessità di sostenere gli obiettori in carcere. Ma non voglio essere una capo-claque sulla cima della collina. Sono stanca di accorgermi che la mia voce non può essere ascoltata, e che posso cambiare le cose solo attraverso le azioni degli altri. Soprattutto, mi sento frustrata perché invece di creare una nuova realtà, operiamo secondo gli stessi modelli. Non ho altra scelta che essere la "donnina di qualcuno", se non dell'eroe militare, dell'eroe obiettore?

Shani Werner
31 December 2002

(Traduzione di Elena Buccoliero)